Assorbire paesaggi
Lucio Mastronardi assorbiva paesaggi: noi, osservando la sua vita, comprendiamo un po’ di più il senso del suo tormentato lavoro.
La prima volta che tenta il suicidio Lucio Mastronardi ha 44 anni. Sua moglie è al sesto mese di gravidanza. Lui sale su una sedia in terrazzo nella sua casa di Vigevano in via Naviglio Sforzesco 24 e si butta dal quinto piano. Il bagagliaio di un’auto parcheggiata, una Fiat 128, attutisce l’urto e lui si salva.
All’inizio degli anni 60 ci sono tre scrittori italiani che, in maniere molto diverse, sono critici verso il boom economico e i suoi effetti sociali. Il più importante è certamente Pier Paolo Pasolini, gli altri due sono Luciano Bianciardi e Lucio Mastronardi. Bianciardi diventa famoso con una trilogia di romanzi che culmina con “La vita agra”, grande successo editoriale da cui viene tratto un film di Carlo Lizzani con protagonista Ugo Tognazzi; Mastronardi con una trilogia di romanzi ambientati nella sua città, Vigevano, il più fortunato dei quali si chiama “Il maestro di Vigevano”, anch’esso tradotto per il cinema da Elio Petri con Alberto Sordi nei panni del maestro Mombelli. Lucio Mastronardi era stato, a fasi alterne e con molto complicazioni, maestro elementare prima a Vigevano poi ad Abbiategrasso.
Luciano e Lucio si conoscevano e si stimavano: sullo sfondo delle loro vite letterarie e del loro racconto del boom economico ci sono anche le vicende e la storia delle più importanti case editrici italiane: Feltrinelli e poi Rizzoli per Bianciardi, Einaudi soprattutto per Mastronardi che poi pubblicò gli ultimi testi anche lui con Rizzoli. A entrambi sono state dedicate due bellissime e accurate biografie: quella di Bianciardi pubblicata da Pino Corrias nel 1993, quella di Mastronardi scritta da Riccardo de Gennaro nel 2012.
La biografia di Mastronardi è in buona parte basata sul prezioso epistolario fra lo scrittore e Italo Calvino che ne è stato per anni il confidente, l’amico, in certe occasioni il tutore: la biografia di De Gennaro si occupa accuratamente, ma con leggerezza e grande rispetto, dei problemi psichici di Mastronardi, un uomo difficile, dal carattere impulsivo e imprevedibile, più volte ricoverato in cliniche psichiatriche (con tanto di elettroshock e altre terapie simili, erano gli anni 60 e la legge Basaglia doveva ancora venire), maestro elementare per imposizione paterna, studente scadentissimo, attaccabrighe seriale o in alternativa timidissimo outsider.
Tutto questo non gli impedisce di scrivere tre romanzi molto importanti, incastonati nel loro tempo, dei quali tutti, fin da subito, riconoscono il valore, e non gli impedisce nemmeno di intuire le ragioni del declino e della fine della classe operaia del nord Italia, intesa come forza sociale, travolta dal boom economico. L’aspirazione degli operai, che a Vigevano morivano avvelenati dal benzolo utilizzato nelle fabbriche di scarpe, era – semplicemente – quella di diventare borghesi.
All’inviato de La Stampa che gli chiede le ragioni del suo tentato suicidio Mastronardi risponde:
“Ero stufo. Ero andato in giro, avevo assorbito alcuni paesaggi e ho provato terrore della vita”
Aveva “assorbito” paesaggi.
Torna con grande puntualità, nel caso di Mastronardi, così come in quello di Bianciardi e di moltissimi altri, la stretta inestricabile relazione fra talento e psiche, fra creazione e malattia. È come se tutte le volte in cui qualcuno con acume e desiderio di comprensione decide di scavare nella vita dei grandi talenti letterari o artistici in genere, qualcosa di inatteso esca fuori. Come se il talento chieda loro un pegno che vada poi restituito diversamente. Possiamo – se ci piacerà – immaginare la personalità dell’artista e la sua opera come treni su binari paralleli. Oppure potremo immaginare l’esatto contrario: l’intersecarsi continuo della vita interiore del grande artista con la sua opera, il suo incidere profondamente la terra che ha intorno. In alcuni casi fino a farlo sprofondare.
Lucio Mastronardi assorbiva paesaggi, noi, osservando la sua vita, comprendiamo un po’ di più il senso del suo tormentato lavoro.
p.s. Lucio Mastronardi muore suicida il 24 aprile 1979. È uscito di casa la mattina presto, poi nessuno lo ha più visto. Dopo giorni di ricerche il suo corpo viene trovato nel Ticino, impigliato a un ramo, cinque chilometri più a valle, fra Vigevano e Milano. A casa aveva lasciato in un cassetto un biglietto di addio e scuse alla moglie e alla figlia. Una delle sue frasi preferite era: “La piazza e il fiume. Questo mi piace di Vigevano. Nient’altro”.




Mi chiedo a volte chi legga ancora quella generazione di scrittori italiani: oltre a Mastronardi e Bianciardi anche Arpino, Berto, Buzzati... Resistono (forse, non so) Moravia, Pasolini, Calvino, più famosi, ma c'è stata una generazione che ha lasciato un patrimonio letterario di grande valore e spessore, sulla quale ho costruito la mia formazione.