Il tempo requisito
IA: effetti collaterali
Una cosa che ho imparato negli anni seguendo l’arabesco dell’innovazione tecnologica è che nei rari momenti di svolta, quei punti cardine attorno ai quali tutta la società ruota per un po’ e poi decide da che parte andare, solo due posizioni ricevono sufficiente attenzione.
L’equilibrio fra una e l’altra dipende molto dal punto di osservazione. In alcuni luoghi del mondo prevale il cosiddetto determinismo tecnologico, la tendenza ad adottare le nuove idee che cambieranno il mondo con solerzia e positività, in altri luoghi del mondo si tenderà invece a rifiutare il cambiamento, e poi, quando non sarà più possibile rifiutarlo, a rallentarne la corsa, e quando non sarà più possibile nemmeno rallentarlo, a problematizzarlo, sottolineandone i rischi e le incognite. Tutto questo in nome dei valori riconosciuti della società precedente: quei valori fondativi, dei quali solo ora ci siamo ricordati, che il nuovo che bussa con tanta insistenza rischierà di compromettere.
Mentre è ormai evidente che entrambi gli atteggiamenti hanno in sé pregi e difetti difficilmente contestabili, ciò che concretamente accade è che nulla di tutto questo conti a sufficienza. Detto in altre parole: quando si raggiunge la rotatoria fatidica e si decide da che parte andare ogni partito al quale decideremo di iscriverci (perché siamo giovani, o perché siamo troppo vecchi, o perché siamo stupidi o perché siamo molto intelligenti, perché abitiamo nella parte giusta del mondo o perché siamo nati in quella sbagliata) sarà sostanzialmente irrilevante. Entusiasti e apocalittici tutti assieme a bagno dentro una tinozza nemmeno troppo grande.
Molti anni fa ho conosciuto, quasi per caso chiacchierando durante un viaggio in treno scoprimmo che stavamo andando allo stesso convegno a Capri, David Bevilacqua che era ai tempi il capo di Cisco in Italia. Ricordo che allora mi fece un’ottima impressione, cosa che – come direbbe sarcastica mia moglie – mica succede spesso. Mi è tornata in mente questa antica breve frequentazione perché qualche giorno fa ho letto un suo lungo pezzo su Substack in cui si occupa di Intelligenza Artificiale (e di cos’altro se no, di cosa d’altro potremo occuparci oggi?). In quella lunga analisi, se vorrete darci una occhiata, troverete cose che difficilmente leggerete altrove. Cose che a me sono sembrate profonde e informate sui fatti. Per esempio:
Non è crisi finanziaria – i conti delle Big Tech sono eccellenti, valutazioni da trilioni di dollari. Non è nemmeno l’AI, almeno non direttamente. La chiave è demografica: si è esaurita la scarsità di laureati STEM. Più offerta, minore potere contrattuale. Le “coccole” del passato – mense gourmet, ferie illimitate, remote working garantito – lasciano il posto a orari più lunghi e presenza obbligatoria in sede. Si è passati, scrive Benanti, “senza soluzione di continuità, dal lavorare meglio al lavorare di più”.
Non è un’aberrazione culturale importata. È la logica conseguenza di un sistema che misura il valore in ore, non in risultati. E l’AI, invece di liberarci da questa logica, la accelera.
Meno persone saranno necessarie per compiere la stessa attività. Risultato: meno persone lavoreranno, lo stesso tempo, allo stesso modo. O peggio: le stesse persone lavoreranno di più, perché ora sono “più efficienti” e quindi possono gestire più task, più progetti, più clienti.
Vero, la tecnologia e ancor di più l’AI potrebbe restituirci tempo, ma quel tempo non ci appartiene, lo abbiamo ceduto in cambio di un salario. Il tempo liberato non ti viene restituito. Viene requisito.
L’idea che, a differenza di quanto ogni giorno sentiamo dire, le IA siano destinate a requisire il nostro tempo non la leggerete molto spesso. E una delle ragioni di questa scarsità deriva dal fatto che un simile ragionamento sfugge alla usuale polarizzazione IA bella vs. IA brutta alla quale siamo ormai abituati. Non esiste insomma, non esiste mai quando in un dato momento il mondo decide di cambiare, una possibilità che esuli dall’essere a favore o contro. Quando esiste, ed ogni volta se cercheremo bene vedremo che esiste, semplicemente non avrà diritto di cittadinanza.
Così mentre da osservatori esterni, magari curiosi, magari terribilmente annoiati dai soliti entusiasmi tecnologici, oppure ugualmente annoiati anche dalle usuali posizioni reazionarie sull’altro lato della barricata (posizioni delle quali in Italia siano campioni del mondo) proviamo a farci un’idea privata e piccola di cosa ci attenderà domani, ci accorgiamo che non solo le domande fondamentali sull’IA, o sul significato del mondo, o sull’universo in generale, restano ogni volta senza risposta ma che è molto difficile perfino individuare un posticino piccolo nel quale, chi le saprà immaginare (e sono pochi e dovremmo essergliene grati), riesca a depositarle, se non altro a futura memoria.
Se non altro per la discussione splendidamente inutile fra vecchi e nuovi amici sul mondo che cambia, spesso non si capisce bene in quale direzione, nonostante noi e anche nonostante tutti gli altri.

