Lo sciatore cammina
Cammina e cammina, senza girarsi nemmeno una volta. Forse sa che le telecamere del mondo lo stanno seguendo, forse non ci ha pensato, forse non gli interessa.
La scena, lei, è quasi perfetta. Lo sciatore ha appena buttato al vento la gara della vita. Era in testa alle Olimpiadi, ha inforcato ed è stato eliminato. Capita.
Certo, capita.
Quello che non capita è quello che succede subito dopo: la scena subito dopo. La scena inizia con una minima imperfezione, ma non è un film, non c’è un copione da seguire. E siccome è vita reale lo sciatore sulle prime impreca, poi con un gesto di stizza lancia lontano le racchette. Prima una e poi l’altra. Le lancia oltre la rete rossa che delimita la pista. Come un calciatore che con un calcio molto potente scaglia il pallone oltre gli spalti dello stadio.
La scena vera e propria, la scena quasi perfetta comincia a quel punto.
Lo sciatore è fermo sul ripido pendio innevato. È in bilico, sembra appollaiato. Chiunque abbia visto una volta una pista olimpica di sci conosce bene la riduzione che il diaframma televisivo applica a quella pendenza. I campioni sembrano scendere con leggerezza su un falsopiano, invece stanno affondando le lame degli sci su uno strapiombo. In ogni caso lo sciatore deluso a quel punto cambia il copione prestabilito. Non scende più a valle, come accade ogni volta in casi simili, stancamente, ignorando le porte che ormai non gli servono più, non caracolla verso il catino di gente che lo aspetta là in fondo, al termine dello strapiombo. Si ferma dove si trova ora, nella parte più alta della pista, toglie gli sci e inizia a camminare di traverso nella neve. Faticosamente esce dal tracciato della gara, dove la neve è spianata e perfetta e inizia a camminare, sempre di sbieco, nella neve meno battuta. È uno sciatore che cammina.
A quel punto tutti, osservando quella strana inquadratura di un uomo in equilibrio precario che taglia a fatica la montagna, capiamo che sta succedendo qualcosa di inconsueto. Il campione di sci nel frattempo sta continuando la sua camminata obliqua, la telecamera è lontana, lo inquadra, lui è un puntino un po’ colorato in uno sfondo di neve bianca. Per un istante scivola e cade. Si rialza e ricomincia a camminare. Dentro i televisori della mondovisione, dentro le app su cellulari e computer e perfino sugli schermi giganti giù al traguardo della gara olimpica di slalom speciale, per un tempo molto breve a nessuno interessa più chi abbia vinto l’oro, chi sia arrivato secondo e chi terzo. Tutti si domandano dove stia andando lo sciatore che cammina.
La mia prima associazione di idee, mentre guardo esterrefatto, esterrefatto come tutti, quell’uomo di traverso totalmente solo, riguarda Francesco in una delle iconografie più potenti degli ultimi decenni: il papa che cammina, di notte in una piazza vuota e lucida di pioggia ai tempi del lockdown. La scena di oggi è meno imponente, certo meno studiata, ma la sensazione di grande solitudine che trasmette è la stessa. Le luci però sono ugualmente azzeccate. Da una parte il luccichio metallico della piazza bagnata di pioggia, dall’altra il bianco accecante intorno ad un uomo che se ne sta andando.
Mentre noi pensiamo questo e chissà cosa d’altro, lo sciatore continua la sua traiettoria. Cammina e cammina, senza girarsi nemmeno una volta. Forse sa che le telecamere del mondo lo stanno seguendo, forse non ci ha pensato, forse non gli interessa. Arrivato al margine del bosco la scena viene sporcata dal caso. C’è una rete rossa che sbarra il passaggio, così la camminata dell’uomo con la tuta e il casco deve interrompersi. A quel punto, quasi dispiaciuto di non poter continuare a camminare (ma forse me lo sto inventando), di poter fuggire da tutto e da tutti scomparendo fra gli alberi del bosco come aveva progettato, lo sciatore si ferma e si lascia andare di schiena nella neve. Rimane lì, immobile, orizzontale come in un quadro di Kiefer, con lo sguardo verso il cielo, come il principe Andrej che improvvisamente alla fine ha capito tutto del mondo.
Solo a quel punto, piano piano, timidamente, la regia internazionale torna al suo tran tran. Chi ha vinto, chi ha perso, chi esulta, chi si abbraccia, chi scuote la testa. Le bandiere che sventolano, le medaglie che tintinnano.
La nostra usuale routine dei sentimenti interrotta per pochi secondi da un momento di grande teatro. Il grande teatro di una grande improvvisa solitudine.





