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Quattro cose volanti che penso sul referendum di domenica prossima.
La prima, la più importante e la più banale, è che il referendum di domenica è un referendum politico. Fanno tutti i finti tonti ma lo sanno benissimo. Cosa significa politico? Che assai prima di occuparsi di questioni tecniche molto specifiche, quasi tutte di complessa decodifica, si occupa di un tema di posizionamento al quale il centro destra è affezionato. Quello mille volte ascoltato della magistratura politicizzata o, per dirlo meglio, della magistratura che, sconsideratamente, possiede gli strumenti per limitare il raggio d’azione della politica e, stranamente, li usa.
Esistono casi in cui queste “ingerenze”, questi deliri di onnipotenza dei magistrati, travalicano il consentito? Esistono, certo, probabilmente non nella misura in cui la politica tutta pensa che accada (il vittimismo di certi politici è impareggiabile) ma esistono e vanno sottolineati.
La metafora giusta su questo tema è la storiella di Berlusconi (chissà poi se è vera) che entra infine nella stanza del potere più alto, quella in cui lui crede ci siano i bottoni per governare il Paese, e scopre che i bottoni non ci sono. Un po’ tutta la politica italiana, che tecnicamente è, per ora, una repubblica parlamentare, è innamorata dei bottoni: il centro destra, per ragioni proprie facilmente intuibili, li ama un po’ di più. Che poi dipenda dall’avere aziende da far lavorare in santa pace o busti del duce in salotto da lucidare, poco importa. La magistratura, per il centro destra è – da sempre – una rottura di coglioni. A margine: il fatto che i bottoni non ci siano non è casuale. C’è stato un lugubre periodo della storia della nazione, durato un paio di decenni, in cui di bottoni ce n’erano fin troppi e, finita la seconda guerra mondiale, i padri costituenti, che non erano scemi, si sono organizzati perché i bottoni, che nel frattempo erano diventati bottoncini, fossero trasferiti altrove. Il sogno nemmeno tanto segreto di Meloni e dei suoi amici è quello di riavere finalmente una stanza con dei grossi bottoni da spingere. Loro questa cosa la chiamano “riforma presidenziale”. La riforma presidenziale, con i tempi che corrono, secondo me agli italiani piace.
Anche una riforma del sistema giudiziario in Italia sarebbe urgente ma – di nuovo – non servirà un tecnico per comprendere che le ragioni e i temi di questa legge costituzionale, che non ha raggiunto i 2/3 necessari dei voti in Parlamento e quindi con un legalissimo giretto cerca di essere approvata lo stesso con l’aiuto dei cittadini (che alle ultime elezioni hanno votato a destra come mai in passato), non riguardano direttamente i cittadini stessi, nonostante le fandonie al riguardo che ascoltiamo in questi giorno. L’interesse principale dei cittadini, che la giustizia sia veloce ed efficiente, che gli innocenti siano rapidamente liberati e i colpevoli puniti in fretta, non è sfiorato nemmeno un po’ dalla riforma di Nordio, mentre l’equilibrio fra i poteri politico e giudiziario lo sarà assai di più. In due maniere supplementari: perché i magistrati si sentiranno sotto attacco (lo sono) e parte della loro azione inevitabilmente soffrirà di simili condizionamenti psicologici e perché usciranno timidamente fuori fra gli stessi magistrati quelli più realisti del re, disposti a tutto per segnalare la loro meritoria azione al sovrano. È già accaduto molte volte negli ultimi anni. La magistratura politicizzata è politicizzata da entrambe le parti.
Ora io non so se le interazioni fra magistratura e politica siano così tanto conflittuali da richiedere una qualche forma di più o meno raffinata manutenzione. È possibile. Quello che però so con discreta certezza è che, finché mi è consentito, un delicato lavoro di revisione del genere preferirei non fosse affidato a un governo di destra che sfrutta (o pensa di sfruttare) la credulità o la collaborazione dei propri simpatizzanti per ottenere ciò che il Parlamento gli ha negato. Presentate il medesimo referendum con le medesime modifiche quando al governo ci sarà una coalizione meno contigua con i fascisti che hanno distrutto questo Paese un secolo fa. A quel punto magari potrei anche votare SI’. Ma oggi no, mi spiace, oggi voto NO. Per principio. Non mi piacete voi molto più della vostra leggina.



Chiaro e efficace. Complimenti. Come si diceva una volta, copio e diffondo